La fobia scolastica

Tutti i bambini nel corso del loro sviluppo presentano paure e timori di varia natura che possono essere fobiaconsiderati dei veri e propri “disturbi” quando il funzionamento scolastico e sociale del bambino ne viene fortemente compromesso. Dagli studi di Pine, Cohen e Cohen (1993) ad esempio, si stima che tra il 10 e il 15% dei bambini e degli adolescenti presenterebbe un disturbo d’ansia.
L’ambiente scolastico può essere fonte di arricchimento e stimolo per i ragazzi che iniziano a sperimentare nuove esperienze di vita, nuovi legami e ad allontanarsi per la prima volta dai genitori che hanno fino ad allora rappresentato l’unico punto di riferimento del bambino, per alcuni però questo nuovo contesto può essere fonte di malessere, che può sfociare nella cosiddetta Fobia Scolastica.

La Fobia Scolastica denominata anche “Rifiuto ansioso della scuola” (Last, Francis, Hersen, Kazdin, e Strass, 1987) esordisce di solito intorno ai 5-6 anni ma in alcuni casi anche intorno ai 10-11 anni e in adolescenza tra i 12 e i 15 anni; colpisce soprattutto i soggetti maschi e in genere si tratta di figli unici, primogeniti o prediletti nell’ 80% dei casi. Può essere considerata una forma di fobia sociale che insorge nei bambini che all’improvviso si rifiutano di andare a scuola e qualora i genitori cercano di spronarli ad andare mostrano chiari disturbi d’ansia e attacchi di panico (Johnson , Falstein, Szurek, e Svendsen, 1941).

Si evidenzia quindi una risposta fobica sia sul piano fisiologico (tachicardia, vomito, sudorazione, nausea, diarrea, dolori addominali, al petto, agli arti e alle spalle, sonno disturbato) che sul piano comportamentale, emotivo e cognitivo.

A queste reazioni si può accompagnare un’attività immaginativa fatta di fantasmi e di persone cattive.

Classificazione delle fobie scolastiche
Molti studi hanno cercato di evidenziare le cause della fobia scolastica arrivando ad identificare due tipi di Fobia Scolastica:

  1. Fobia scolastica associata all’ansia di separazione: l’entrata a scuola rappresenta il primo vero e proprio distacco dalla famiglia e questo può generare nel bambino la paura che a lui o ai genitori possa accadere qualcosa di brutto quando si allontanano da loro. Uno studio condotto negli anni ’90 da Strass e Last ha sottolineato che il 75% dei bambini che rifiutavano la scuola avevano madri che a loro volta, nel periodo infantile, avevano rifiutato la scuola. E’ probabile, seguendo la Teoria dell’Attaccamento di Bowlby, che la madre trasmetta ansia al bambino rafforzando in lui il comportamento evitante e dipendente (angoscia di separazione generalmente riguardante la figura materna). Questo rifiuto ad andare a scuola rappresenterebbe un sintomo che, associato ad altri, sarebbe alla base di un Disturbo d’Ansia di Separazione, uno dei disturbi che rientrano nella categoria Disturbi dell’Infanzia, della Fanciullezza e dell’Adolescenza (DSM- IV) e che potrebbe essere determinato dal distacco dalla madre. La fobia scolare si può ricondurre ad Ansia di Separazione quando il disagio si manifesta prima dei 18 anni ed almeno per quattro settimane.
  2. Fobia scolastica associata ad altra fobia: ovvero una fobia specificamente correlata alla scuola o più in generale ad una fobia sociale. Questi soggetti di solito rifiutano la scuola da più grandi attuando un comportamento di evitamento più pervasivo. Tale paura potrebbe essere dovuta, ad esempio, ai fallimenti scolastici o alle difficoltà a relazionarsi con i coetanei. In questi casi si evidenzia una paura che fa seguito ad esperienze relazionali negative vissute realmente o interpretate come tali, oppure immaginate.

fobia1L’angoscia di separazione di per sé non è da considerarsi patologica: durante le varie fasi di sviluppo, soprattutto nella prima infanzia, gran parte dei bambini mostrano piccole quantità d’ansia, si potrà allora considerare fobia solo nel caso in cui sarà elevata la forza dell’ansia e se questa rappresenterà un ostacolo nel riuscire a frequentare la scuola e se persisterà nel tempo.
Al rifiuto di andare a scuola si possono associare disturbo della condotta, il disturbo da deficit d’attenzione-iperattività (ADHD), il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA).

Sperling (1967) ha ulteriormente differenziando le fobie scolastiche in tre categorie:

  1. Fobia indotta: determinata dal mancato distacco dalla famiglia d’origine
  2. Fobia acuta: nasce da situazioni scolastiche
  3. Fobia cronica: è mista, caratterizzata dagli aspetti sia della fobia indotta che di quella acuta

Quali sono allora le caratteristiche della fobia scolastica?
Pilliteri – Senatore (1995) ha evidenziato come questa paura possa essere considerata una forma precoce di Fobia Sociale rinforzata da una visione rigida e punitiva della scuola.
La fobia scolastica è quindi una paura incontrollata, immotivata, sproporzionata alla situazione reale di cui il soggetto stesso non riesce a fornire una valida spiegazione e che non riesce a tenere sotto controllo, con costanti tentativi di evitamento della situazione. Può coinvolgere tutti gli scolari, da quello che interrompe gli studi, al meno diligente, fino al più bravo che mette in atto cambiamenti di condotta; a volte non riesce a giustificare la sua “impossibilità” ad andare a scuola, altre volte descrive disturbi somatici o timori di contagio e malattia, altre volte ancora parla di difficoltà relazionali dovute al comportamento di professori o compagni.
Da uno studio di Diatkine e Valentin (1985) è emerso che l’inizio del disturbo può essere brusco e colpire anche coloro che in precedenza avevano mostrato interesse verso la scuola, ottimi risultati e un buon rapporto con compagni e docenti. L’ansia ogni mattina si ripresenta costantemente e nonostante i genitori adottino vari comportamenti per convincere i figli, questi si sentono “costretti” a rimanere a casa. La sintomatologia esordisce di solito all’inizio dell’anno scolastico, ma è possibile che durante l’arco dell’anno si presentino delle ricadute soprattutto dopo periodi di assenza dovuti alle vacanze o per problemi di salute. L’assenza dalle lezioni a sua volta può rappresentare un ulteriore giustificazione razionale della paura di tornare a scuola, da parte dei ragazzi che sostengono l’impossibilità di rimettersi in pari con i compagni, non avendone avuto l’occasione.

La fobia scolare è spesso accompagnata da attività di studio molto elevati a casa: questa è un’ulteriore dimostrazione di quanto il problema non sia da attribuire allo scarso interesse o allo scarso impegno. Ciò non toglie che l’assenza da scuola per periodi prolungati tenda a generare una problematica secondaria di insicurezza rispetto alla conoscenza dei contenuti dei programmi svolti. Quando il disturbo compare per la prima volta a scuola già iniziata è probabile che il problema nasca dallo stesso contesto scolastico, ad esempio a causa di cattivi rapporti con i docenti o con i compagni oppure per lo scarso rendimento in qualche materia.

Le reazioni dei bambini costretti ad andare a scuola possono essere molteplici: alcuni piangono, si disperano, altri si nascondono, altri scappano per tornare a casa che rappresenta l’unico luogo in cui si sentono protetti. I bambini più grandi tendono invece ad avere sintomi di somatizzazione come cefalee, vomito, febbre, dolori che scompaiono gradualmente nei periodi di vacanza o nei fine settimana. Questa prospettiva vede nei genitori i principali responsabili dei problemi dei propri figli, in quanto non sarebbero stati in grado di favorire in questi un processo graduale di autonomia e di distacco.

La fobia scolastica è più frequente ai giorni nostri ed è tipica della nostra società; questo potrebbe essere dovuto al desiderio dei genitori che i propri figli costruiscano le basi per la propria realizzazione professionale e a loro volta i bambini cerchino di soddisfare i desideri dei genitori diventando sempre più bravi e competitivi, in una cultura che sollecita apertamente questo confronto. Crescere in questo contesto comporta lo sviluppo di un “perfezionismo indotto” che non concede insuccessi portando ad una costante svalutazione del Sè.

La fobia scolastica, nelle situazioni più gravi, può sfociare nella psicosi schizzofrenica o in un disturbo borderline di tipo narcisistico: è il caso degli studenti che non riescono a reggere il confronto con gli altri chiedendo insegnanti a domicilio, annoverando come spiegazione il fatto di essere “speciali”.

In altri casi la fobia scolastica può essere la manifestazione di una forma depressiva: il bambino prova senso di vergogna e fallimento per la sua incapacità ad una vita normale. Si tratta di ragazzi che ricercano l’approvazione dei genitori, sono perfezionistie con un forte senso del dovere. Altri studenti, soprattutto nel passaggio da una scuola all’altra manifestano insicurezza, bassa autostima e senso di inadeguatezza delle proprie capacità di inserimento sociale e di studio più impegnativo rispetto agli anni precedenti.

E’ indubbiamente più difficile riuscire ad individuare la fobia scolastica negli adolescenti piuttosto che nei bambini per due motivi:

  • i bambini hanno manifestazioni d’ansia più evidenti
  • il comportamento dei ragazzi può essere frainteso e interpretato come una mancanza di responsabilità, pigrizia o altro

Quali cause possiamo individuare alla base della fobia scolastica?

Alcuni studi hanno cercato di definire la struttura familiare che può essere alla base della fobia scolastica:

  • una madre ansiosa, frequentemente agorafobica, che genera nel figlio la convinzione di essere bisognoso di protezione
  • l’iperprotettività che crea un legame di dipendenza fra il figlio e il genitore
  • un padre poco rassicurante o assente (per molteplici motivi) e l’assenza quindi di una figura di riferimento fondamentale nello sviluppo, soprattutto nei maschi che non hanno un adulto con cui identificarsi positivamente
  • un regime educativo lassista dove al bambino non vengono date regole e rimproveri che inevitabilmente verranno dettati nell’ambito scolastico

Il distacco è un’esperienza fondamentale per lo sviluppo, come lo stesso Jung ci ricorda: “bambino significa sviluppo verso il raggiungimento dell’autonomia. Esso non può realizzarsi senza il distacco dall’origine, l’abbandono è pertanto una condizione necessaria e non solo un fenomeno concomitante”.

Altri studi effettuati sui gemelli ipotizzano una vulnerabilità biologica per lo sviluppo di problemi emotivi tra cui il rifiuto scolastico.Secondo il modello funzionale il rifiuto di andare a scuola assume un significato funzionale per il bambino, in particolare è possibile evidenziare l’esistenza di quattro profili tipici:

  • i bambini che evitano oggetti o situazioni che provocano ansia generale o un senso generale di affettività negativa
  • i bambini che non vanno a scuola per fuggire da situazioni sociali aversive o situazioni di valutazione
  • i bambini che rifiutano la scuola per ottenere attenzione dalle figure significative
  • i bambini che ricercano rinforzi positivi tangibili fuori dalla scuola.

Quale intervento può essere effettuato allora?
E’ necessario, prima di tutto, fare una valutazione globale del funzionamento del ragazzo e della sua famiglia fobia3attuando un trattamento terapeutico che preveda, ove necessario, un percorso di psicoterapia individuale e un sostegno alla famiglia che si trova inevitabilmente coinvolta nelle dinamiche fobiche.

Altre figure che possono fornire un valido aiuto sono gli psicopedagogisti e gli insegnanti che devono essere messi chiaramente al corrente del problema affinché favoriscano la creazione di un ambiente scolastico accogliente. Questi presupposti hanno lo scopo di far adattare il ragazzo, lavorando anche sul rinforzo della sua autostima nell’ambito scolastico, familiare e relazionale, attraverso lo sviluppo delle sue capacità comunicative e di gestione delle difficoltà.

Nei casi più gravi può essere necessario ricorrere all’uso di psicofarmici antidepressivi.

Un intervento di desensibilizzazione può preparare il bambino nel rientro a scuola con gradualità. E’ fondamentale aiutare il bambino a tornare a scuola per rafforzare in lui la convinzione che è in grado di affrontarla, stando attenti che i genitori non adottino un comportamento che va nella direzione contraria.
Gli interventi sopra descritti devono convergere verso l’individuazione delle cause che hanno determinato l’insorgenza del problema (ad esempio prendere in considerazione se ci sono stati lutti in famiglia, o una separazione dei genitori, o ancora la nascita di un fratello).