Mar 17

La sindrome di Munchausen per procura

sindrome-di-munch-300x104La Sindrome di Munchausen per procura (SMbP) presenta come caratteristica fondamentale la produzione deliberata o simulazione di segni o sintomi fisici o psichici in un’altra persona che è affidata alla cura del soggetto (DSM IV-TR). Generalmente coinvolge un adulto, spesso un genitore, nel 90% dei casi la madre, che ripetutamente danneggia il figlio o i figli procurandogli malattie o aggravando patologie preesistenti, causandone alcune volte la morte. La SMP rappresenta una grave forma di abuso (IPERCURA): attualmente, la si ritiene una delle forme tipiche di criminalità femminile, particolarmente subdola in quanto nascosta dietro ad un’immagine, quella della madre premurosa, della quale ci è difficile diffidare; dalla letteratura emergono vari metodi di maltrattamento impiegati dalle madri e altrettanto numerosi risultano i danni psicologici e fisici procurati alle vittime.
A causa di gravi difficoltà relazionali con il proprio partner, alcune donne arriverebbero a compiere un vero e proprio indottrinamento sui figli riuscendo a convincerli di aver subito un abuso da parte del padre e creando quindi una reale confusione nel bambino, che alla fine non distingue più la realtà.
Molto poco si sa circa l’impatto a lungo termine della SMP sui bambini abusati, molte vittime probabilmente non vengono mai identificate e la maggior parte di loro, dopo un’iniziale follow-up effettuato, non vengono più tenuti sotto controllo dal servizio di assistenza sociale. La natura cronica e “bizzarra” di questa forma di abuso lascia senza risposte molte domande sull’impatto che questo avrà sulla crescita del bambino, soprattutto sul piano psichico. I dati più rilevanti sono stati ottenuti da studi di vecchia data di McGuire e Feldman (1989) i quali hanno evdenziato la presenza in sei bambini di disturbi di alimentazione, problemi di comportamento in età prescolare e sintomi di conversione, soprattutto nei bambini più grandi. Roth (1990), Bools, Neale, and Meadow (1993) hanno sottolineato che molti giovani mostrano problemi di concentrazione e partecipazione a scuola, difficoltà emotivo- comportamentali. I dati che ci derivano da questi studi sottolineano che le vittime di SMbP, in linea con le altre che subiscono forme di abuso di natura diversa, spesso compiono tentativi di suicidio, presentano disturbi alimentari, soprattutto in fase adolescenziale mettono in atto condotte a rischio come l’abuso di alcol e fumo, problemi di delinquenza e in età adulta difficoltà di attaccamento, d’autostima e d’identità. In alcuni casi si istaurano personalità di tipo borderline (Herman, Perry e Van der Kolk, 1989) o personalità multipla (Withman e Munkel, 1991). Anche a distanza di molti anni nei bambini si evidenziano difficoltà di apprendimento e concentrazione (Merzagora Betsos, 2003) incubi notturni, difficoltà emotivo-comportamentali che coinvolgono la sfera affettiva, i rapporti con gli altri a casa e a scuola. I bambini diventano inermi e passivi, saltano frequentemente la scuola, assumono la malattia come modo di vivere, credendo di essere ammalati con la conseguente sovrapposizione e collegamento tra assenza da scuola e invalidità cronica. Inoltre i bambini passano molto tempo in ospedale instaurando interazioni sociali non ideali. Mostrano infatti una forte paura del futuro, ansie e vissuti di malattia, di isolamento ed emarginazione oltre a problemi di strutturazione del Sè, ipocondrie e fobie, persecutorietà e turbe sessuali. La sindrome prevede la possibilità di trasmissione transgenerazionale pertanto, soprattutto se coinvolge gli adolescenti, è altamente probabile che questi sviluppino sintomi di conversione fino a comportamenti di collusione con l’adulto (folie à deux), sviluppando a loro volta una SMP. E’ frequente che le madri abusanti siano state esse stesse vittime di maltrattamento anche se di diversa natura, durante l’infanzia da parte dei genitori. C’è infatti come possibile motivazione di questo comportamento il bisogno psicologico di assumere per interposta persona il ruolo di malato. I bambini a loro volta, pur di ottenere cure e considerazione dall’adulto, simulano uno stato di malattia che diventa un modo per superare la paura dell’abbandono o del rifiuto: finchè mostrerà dei sintomi fisici l’adulto si occuperà di lui, la guarigione porterebbe a non ricevere più queste attenzioni.
Un’altra grave conseguenza che si può evidenziare è l’incapacità della vittima di percepire le sensazioni provenienti dal corpo per cui non è più in grado di distinguere se i sintomi sono reali o immaginari, strutturando un “Falso Sè” evolvendo in forme psicotiche con delirio dismorfofobico, ipocondriaco o l’anoressia mentale per mortificare il proprio corpo considerato da sempre malato. Alle psicosi si associano il disorientamento spazio-temporale, le allucinazioni, la confusione ideativa e la frammentazione interna assumendo comportamenti, convinzioni e modalità di eloquio appartenenti alla figura adulta abusante. Anche durante i frequenti ricoveri ospedalieri, nonostante un ambiente il più possibile favorevole per loro, possono soffrire lo stress: è stato riportato che il 68% dei bambini mostrano disturbi psichiatrici significativi dopo la dimissione, che persistono ancora dopo tre mesi. Per concludere, è da sottolineare come sia difficoltoso, per questi bambini, nel diventare adulti, comprendere il comportamento della madre e accettare che hanno subito sofferenze e maltrattamenti da parte di chi li ha messi al mondo e che avrebbe invece dovuto accudirli.
Analizzando il problema in un’ottica sistemica, attraverso la Teoria dell’Attaccamento di Bowlby si evidenzia l’instaurarsi di una relazione madre-bambino che può portare ad un legame di attaccamento disorganizzato – disorientato (di tipo D) in cui il bambino, diviene fortemente insicuro, consapevole che nel caso di sua ribellione, verrà colpevolizzato e maltrattato in misura maggiore. La reazione di questi bambini è quella di una iper-attenzione ed iper-vigilanza sul proprio comportamento e su quello della madre, con il risultato di avere un bambino sempre spaventato che non riesce più a far emergere le proprie emozioni o le evita, ponendo le basi, in tal modo, di uno stile affettivo piatto e poco responsivo alle attenzioni altrui, con una conseguente incapacità di instaurare relazioni sociali positive.

La scarsa numerosità del campione utilizzato nelle ricerche sovracitate (Libow, 1995, 2000) esclude la possibilità di generalizzare i risultati, tuttavia gli studi riportati sottolineano la necessità di intervenire il prima possibile con un intervento di supporto psicologico nei bambini che non hanno le risorse e il potere di fermare questo processo distruttivo.

Ho cercato in questo breve articolo di mostrare un quadro chiaro delle numerose conseguenze psicologiche che questa sindrome determina nella vittima.

A tal proposito, per chi fosse interessato all’argomento, suggerisco di leggere il seguente libro:

  • La famiglia distruttiva. MsbP, Sindrome di Munchausen per procura.
    Autore : Perusia, G. (2007).
    Prezzo : 18€
    Edizione : Centro Scientifico
    Anno : 2007
    Contenuto :
    La Sindrome di Munchausen per procura è una forma di abuso infantile difficile da individuare; non esistono in Italia dati che ci possono fornire una visione chiara dell’enità del problema.
    Centrale nel libro, risulta essere la definizione di Vennemann (2005): ” La MSbP è una grave forma di abuso, difficile da diagnosticare, caratterizzata da; 1) simulazione di malattia o 2) aggravamento riferito o procurato nel corso di una malattia reale o 3) provocazioni di sintomi in una malattia, in un bambino da parte di un adulto”.Altri libri e articoli che possono risultarti utili sono:
  • Lasher, L.J.e Sheridon, M.S. (2004). Munchausen proxy: identification, intervention, and case management. Haworth Press Inc.
  • Allison, D.B. e Roberts, M. (1998). Disordered mother or disordered diagnosis?. Munchausen by proxy.Hardcover.
  • Agosti, S., Gentilomo, A. e Merzagora Betsos, I.(2000). La Sindrome di Munchausen per procura: un’indagine empirica. Rass. It. di Criminologia, Giuffrè.
  • Artingstall, K. (1998). Practical aspects of Munchausen by proxy and Munchausen Syndrome investigation.Hardcover.
  • Merzagora Betsos, I.(2003). Demoni del focolare. Centro Scientifico Editore Torino.
  • Ayoub, C.C., Schreier, H.A. e Keller, C., Munchausen by proxy: presentations in special education. Child Maltreat 2002 May; 7(2): 149-59
  • Thomas, K., Munchausen syndrome by proxy: identification and diagnosis. J Pediatr. Nurs. 2003 Jun; 18(3): 174-80
  • Feldman, M.D. e Brown, R.M., Munchausen by Proxy in an international context. Child Abuse Neglect 2002 May; 26(5): 509-24
  • Libow, J.A., Munchausen by proxy victims in adulthood: a first look Child abuse e Neglect 1995: 19(9). 1131-1142
  • Sheridan, M.S., The deceit continues: an updated literature review of Munchausen Syndrome by Proxy.Child Abuse Negl 2003 Apr; 27(4): 431-5
  • Bools, C. N., Neale, B. A., e Meadow, S. R. (1993). Follow up of victims of fabricated illness (MSBP). Archives of Diseases of Childhood, 69, 625-630.
  • Herman, J. L., Perry, C., e van der Kolk, B. A. (1989). Childhood trauma in borderline personality disorder.American Journal of Psychiatry, 146(4), 490-495.
  • McGuire, T. L., e Feidman, K. W. (1989). Psychologic morbidity of children subjected to Munchausen syndrome by proxy. Pediatrics, 83(2), 289-292.
  • Whitman, B. Y., e Munkel, W. (1991). Multiple personality disorder: A risk indicator, diagnostic marker and psychiatric outcome for severe child abuse.Clinical Pediatrics, 30(7), 422-428.Altri link utili:
  • I sabotatori della Medicina
  • Madri pericolose e figli in ostaggio: la sindrome di Munchausen per procura
  • La sindrome di Munchausen
  • La sindrome di Munchausen per procura
  • ARTICOLO – “La Sindrome di Munchausen per procura”
  • La Sindrome di Munchausen per Procura come forma deviante di apprensione

Gen 18

Che cos’è l’autismo?

Il Disturbo Autistico, secondo il DSM IV-TR rientra trai i Disturbi Pervasivi dello Sviluppo, ovvero in quel gruppo di disturbi che sono caratterizzati da compromissione grave e generalizzata in diverse aree dello sviluppo: dalle capacità di interazione sociale reciproca a quelle di comunicazione, e/o dalla presenza di comportamenti, interessi, e attività stereotipate. Le compromissioni che ne derivano, in termini qualitativi, sono chiaramente anomale rispetto all’età mentale del  soggetto.

Il Disturbo dello Spettro Autistico, risulta evidente, intorno al terzo anno di età, anche se gli studi recenti lo inquadrano meglio come un disturbo del neurosviluppo che già troverebbe le sue radici in età fetale. Qui di seguito vi riporto quanto viene espresso nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali per evidenziare la complessità del disturbo stesso. In conclusione della classificazione, un breve cortometraggio che spiega con estrema semplicità e chiarezza come si può manifestare lo spettro autistico.

DISTURBO AUTISTICO

A/ Un totale di sei (o più) voci da 1), 2), e 3), con almeno due da 1), e uno ciascuno da 2) e 3):
1) compromissione qualitativa dell’interazione sociale, manifestata con almeno 2 dei seguenti comportamenti:
a) marcata compromissione nell’uso di svariati comportamenti non verbali, come lo sguardo diretto, l’espressione mimica, le posture corporee, e i gesti che regolano l’interazione sociale;
b) incapacità di sviluppare relazioni coi coetanei adeguate al livello di sviluppo;
c) mancanza di ricerca spontanea della condivisione di gioie, interessi o obiettivi con altre persone (per es., non mostrare, portare, né richiamare l’attenzione su oggetti di proprio interesse);
d) mancanza di reciprocità sociale o emotiva.

2) compromissione qualitativa della comunicazione come manifestato da almeno 1 dei seguenti:
a) ritardo o totale mancanza dello sviluppo del linguaggio parlato (non accompagnato da un tentativo di compenso attraverso modalità alternative di comunicazione come gesti o mimica)
b)in soggetti con linguaggio adeguato, marcata compromissione della capacità di iniziare o sostenere una conversazione con altri
c) uso di linguaggio stereotipato e ripetitivo o linguaggio eccentrico
d)mancanza di giochi di simulazione vari e spontanei, o di giochi di imitazione sociale adeguati al livello di sviluppo;

3) modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati, come manifestato da almeno 1 dei seguenti:
a) dedizione assorbente ad uno o più tipi di interessi ristretti e stereotipati anomali o per intensità o per focalizzazione
b) sottomissione del tutto rigida ad inutili abitudini o rituali specifici
c) manierismi motori stereotipati e ripetitivi (battere o torcere le mani o il capo, o complessi movimenti di tutto il corpo)
d) persistente ed eccessivo interesse per parti di oggetti;

B/Ritardi o funzionamento anomalo in almeno una delle seguenti aree, con esordio prima dei 3 anni di età:

1)Interazione sociale

2)linguaggio usato nella comunicazione sociale

3)gioco simbolico o di immaginazione

C/L’anomalia non è meglio attribuibile al Disturbo di Rett o al Disturbo Disintegrativo dell’Infanzia

 

 

Gen 09

La dipendenza da sostanze

Cos’è la dipendenza da sostanze?

Il protagonista del cortometraggio è un Kiwi (non il frutto, ma un tipo di uccello inadatto al volo tipico della Nuova Zelanda) che cammina lungo la linea dell’orizzonte. Trova un “nudget” (termine inglese per dire pepita,  o le famigerate crocchette di pollo fritto) per la strada e, incuriosito, lo assaggia. Pian piano da uno stato di benessere e energia si ritrova a subire le conseguenze di questa pepita velenosa…

 

Gen 07

La fobia scolastica

Tutti i bambini nel corso del loro sviluppo presentano paure e timori di varia natura che possono essere fobiaconsiderati dei veri e propri “disturbi” quando il funzionamento scolastico e sociale del bambino ne viene fortemente compromesso. Dagli studi di Pine, Cohen e Cohen (1993) ad esempio, si stima che tra il 10 e il 15% dei bambini e degli adolescenti presenterebbe un disturbo d’ansia.
L’ambiente scolastico può essere fonte di arricchimento e stimolo per i ragazzi che iniziano a sperimentare nuove esperienze di vita, nuovi legami e ad allontanarsi per la prima volta dai genitori che hanno fino ad allora rappresentato l’unico punto di riferimento del bambino, per alcuni però questo nuovo contesto può essere fonte di malessere, che può sfociare nella cosiddetta Fobia Scolastica.

La Fobia Scolastica denominata anche “Rifiuto ansioso della scuola” (Last, Francis, Hersen, Kazdin, e Strass, 1987) esordisce di solito intorno ai 5-6 anni ma in alcuni casi anche intorno ai 10-11 anni e in adolescenza tra i 12 e i 15 anni; colpisce soprattutto i soggetti maschi e in genere si tratta di figli unici, primogeniti o prediletti nell’ 80% dei casi. Può essere considerata una forma di fobia sociale che insorge nei bambini che all’improvviso si rifiutano di andare a scuola e qualora i genitori cercano di spronarli ad andare mostrano chiari disturbi d’ansia e attacchi di panico (Johnson , Falstein, Szurek, e Svendsen, 1941).

Si evidenzia quindi una risposta fobica sia sul piano fisiologico (tachicardia, vomito, sudorazione, nausea, diarrea, dolori addominali, al petto, agli arti e alle spalle, sonno disturbato) che sul piano comportamentale, emotivo e cognitivo.

A queste reazioni si può accompagnare un’attività immaginativa fatta di fantasmi e di persone cattive.

Classificazione delle fobie scolastiche
Molti studi hanno cercato di evidenziare le cause della fobia scolastica arrivando ad identificare due tipi di Fobia Scolastica:

  1. Fobia scolastica associata all’ansia di separazione: l’entrata a scuola rappresenta il primo vero e proprio distacco dalla famiglia e questo può generare nel bambino la paura che a lui o ai genitori possa accadere qualcosa di brutto quando si allontanano da loro. Uno studio condotto negli anni ’90 da Strass e Last ha sottolineato che il 75% dei bambini che rifiutavano la scuola avevano madri che a loro volta, nel periodo infantile, avevano rifiutato la scuola. E’ probabile, seguendo la Teoria dell’Attaccamento di Bowlby, che la madre trasmetta ansia al bambino rafforzando in lui il comportamento evitante e dipendente (angoscia di separazione generalmente riguardante la figura materna). Questo rifiuto ad andare a scuola rappresenterebbe un sintomo che, associato ad altri, sarebbe alla base di un Disturbo d’Ansia di Separazione, uno dei disturbi che rientrano nella categoria Disturbi dell’Infanzia, della Fanciullezza e dell’Adolescenza (DSM- IV) e che potrebbe essere determinato dal distacco dalla madre. La fobia scolare si può ricondurre ad Ansia di Separazione quando il disagio si manifesta prima dei 18 anni ed almeno per quattro settimane.
  2. Fobia scolastica associata ad altra fobia: ovvero una fobia specificamente correlata alla scuola o più in generale ad una fobia sociale. Questi soggetti di solito rifiutano la scuola da più grandi attuando un comportamento di evitamento più pervasivo. Tale paura potrebbe essere dovuta, ad esempio, ai fallimenti scolastici o alle difficoltà a relazionarsi con i coetanei. In questi casi si evidenzia una paura che fa seguito ad esperienze relazionali negative vissute realmente o interpretate come tali, oppure immaginate.

fobia1L’angoscia di separazione di per sé non è da considerarsi patologica: durante le varie fasi di sviluppo, soprattutto nella prima infanzia, gran parte dei bambini mostrano piccole quantità d’ansia, si potrà allora considerare fobia solo nel caso in cui sarà elevata la forza dell’ansia e se questa rappresenterà un ostacolo nel riuscire a frequentare la scuola e se persisterà nel tempo.
Al rifiuto di andare a scuola si possono associare disturbo della condotta, il disturbo da deficit d’attenzione-iperattività (ADHD), il disturbo oppositivo-provocatorio e i disturbi specifici dell’apprendimento (DSA).

Sperling (1967) ha ulteriormente differenziando le fobie scolastiche in tre categorie:

  1. Fobia indotta: determinata dal mancato distacco dalla famiglia d’origine
  2. Fobia acuta: nasce da situazioni scolastiche
  3. Fobia cronica: è mista, caratterizzata dagli aspetti sia della fobia indotta che di quella acuta

Quali sono allora le caratteristiche della fobia scolastica?
Pilliteri – Senatore (1995) ha evidenziato come questa paura possa essere considerata una forma precoce di Fobia Sociale rinforzata da una visione rigida e punitiva della scuola.
La fobia scolastica è quindi una paura incontrollata, immotivata, sproporzionata alla situazione reale di cui il soggetto stesso non riesce a fornire una valida spiegazione e che non riesce a tenere sotto controllo, con costanti tentativi di evitamento della situazione. Può coinvolgere tutti gli scolari, da quello che interrompe gli studi, al meno diligente, fino al più bravo che mette in atto cambiamenti di condotta; a volte non riesce a giustificare la sua “impossibilità” ad andare a scuola, altre volte descrive disturbi somatici o timori di contagio e malattia, altre volte ancora parla di difficoltà relazionali dovute al comportamento di professori o compagni.
Da uno studio di Diatkine e Valentin (1985) è emerso che l’inizio del disturbo può essere brusco e colpire anche coloro che in precedenza avevano mostrato interesse verso la scuola, ottimi risultati e un buon rapporto con compagni e docenti. L’ansia ogni mattina si ripresenta costantemente e nonostante i genitori adottino vari comportamenti per convincere i figli, questi si sentono “costretti” a rimanere a casa. La sintomatologia esordisce di solito all’inizio dell’anno scolastico, ma è possibile che durante l’arco dell’anno si presentino delle ricadute soprattutto dopo periodi di assenza dovuti alle vacanze o per problemi di salute. L’assenza dalle lezioni a sua volta può rappresentare un ulteriore giustificazione razionale della paura di tornare a scuola, da parte dei ragazzi che sostengono l’impossibilità di rimettersi in pari con i compagni, non avendone avuto l’occasione.

La fobia scolare è spesso accompagnata da attività di studio molto elevati a casa: questa è un’ulteriore dimostrazione di quanto il problema non sia da attribuire allo scarso interesse o allo scarso impegno. Ciò non toglie che l’assenza da scuola per periodi prolungati tenda a generare una problematica secondaria di insicurezza rispetto alla conoscenza dei contenuti dei programmi svolti. Quando il disturbo compare per la prima volta a scuola già iniziata è probabile che il problema nasca dallo stesso contesto scolastico, ad esempio a causa di cattivi rapporti con i docenti o con i compagni oppure per lo scarso rendimento in qualche materia.

Le reazioni dei bambini costretti ad andare a scuola possono essere molteplici: alcuni piangono, si disperano, altri si nascondono, altri scappano per tornare a casa che rappresenta l’unico luogo in cui si sentono protetti. I bambini più grandi tendono invece ad avere sintomi di somatizzazione come cefalee, vomito, febbre, dolori che scompaiono gradualmente nei periodi di vacanza o nei fine settimana. Questa prospettiva vede nei genitori i principali responsabili dei problemi dei propri figli, in quanto non sarebbero stati in grado di favorire in questi un processo graduale di autonomia e di distacco.

La fobia scolastica è più frequente ai giorni nostri ed è tipica della nostra società; questo potrebbe essere dovuto al desiderio dei genitori che i propri figli costruiscano le basi per la propria realizzazione professionale e a loro volta i bambini cerchino di soddisfare i desideri dei genitori diventando sempre più bravi e competitivi, in una cultura che sollecita apertamente questo confronto. Crescere in questo contesto comporta lo sviluppo di un “perfezionismo indotto” che non concede insuccessi portando ad una costante svalutazione del Sè.

La fobia scolastica, nelle situazioni più gravi, può sfociare nella psicosi schizzofrenica o in un disturbo borderline di tipo narcisistico: è il caso degli studenti che non riescono a reggere il confronto con gli altri chiedendo insegnanti a domicilio, annoverando come spiegazione il fatto di essere “speciali”.

In altri casi la fobia scolastica può essere la manifestazione di una forma depressiva: il bambino prova senso di vergogna e fallimento per la sua incapacità ad una vita normale. Si tratta di ragazzi che ricercano l’approvazione dei genitori, sono perfezionistie con un forte senso del dovere. Altri studenti, soprattutto nel passaggio da una scuola all’altra manifestano insicurezza, bassa autostima e senso di inadeguatezza delle proprie capacità di inserimento sociale e di studio più impegnativo rispetto agli anni precedenti.

E’ indubbiamente più difficile riuscire ad individuare la fobia scolastica negli adolescenti piuttosto che nei bambini per due motivi:

  • i bambini hanno manifestazioni d’ansia più evidenti
  • il comportamento dei ragazzi può essere frainteso e interpretato come una mancanza di responsabilità, pigrizia o altro

Quali cause possiamo individuare alla base della fobia scolastica?

Alcuni studi hanno cercato di definire la struttura familiare che può essere alla base della fobia scolastica:

  • una madre ansiosa, frequentemente agorafobica, che genera nel figlio la convinzione di essere bisognoso di protezione
  • l’iperprotettività che crea un legame di dipendenza fra il figlio e il genitore
  • un padre poco rassicurante o assente (per molteplici motivi) e l’assenza quindi di una figura di riferimento fondamentale nello sviluppo, soprattutto nei maschi che non hanno un adulto con cui identificarsi positivamente
  • un regime educativo lassista dove al bambino non vengono date regole e rimproveri che inevitabilmente verranno dettati nell’ambito scolastico

Il distacco è un’esperienza fondamentale per lo sviluppo, come lo stesso Jung ci ricorda: “bambino significa sviluppo verso il raggiungimento dell’autonomia. Esso non può realizzarsi senza il distacco dall’origine, l’abbandono è pertanto una condizione necessaria e non solo un fenomeno concomitante”.

Altri studi effettuati sui gemelli ipotizzano una vulnerabilità biologica per lo sviluppo di problemi emotivi tra cui il rifiuto scolastico.Secondo il modello funzionale il rifiuto di andare a scuola assume un significato funzionale per il bambino, in particolare è possibile evidenziare l’esistenza di quattro profili tipici:

  • i bambini che evitano oggetti o situazioni che provocano ansia generale o un senso generale di affettività negativa
  • i bambini che non vanno a scuola per fuggire da situazioni sociali aversive o situazioni di valutazione
  • i bambini che rifiutano la scuola per ottenere attenzione dalle figure significative
  • i bambini che ricercano rinforzi positivi tangibili fuori dalla scuola.

Quale intervento può essere effettuato allora?
E’ necessario, prima di tutto, fare una valutazione globale del funzionamento del ragazzo e della sua famiglia fobia3attuando un trattamento terapeutico che preveda, ove necessario, un percorso di psicoterapia individuale e un sostegno alla famiglia che si trova inevitabilmente coinvolta nelle dinamiche fobiche.

Altre figure che possono fornire un valido aiuto sono gli psicopedagogisti e gli insegnanti che devono essere messi chiaramente al corrente del problema affinché favoriscano la creazione di un ambiente scolastico accogliente. Questi presupposti hanno lo scopo di far adattare il ragazzo, lavorando anche sul rinforzo della sua autostima nell’ambito scolastico, familiare e relazionale, attraverso lo sviluppo delle sue capacità comunicative e di gestione delle difficoltà.

Nei casi più gravi può essere necessario ricorrere all’uso di psicofarmici antidepressivi.

Un intervento di desensibilizzazione può preparare il bambino nel rientro a scuola con gradualità. E’ fondamentale aiutare il bambino a tornare a scuola per rafforzare in lui la convinzione che è in grado di affrontarla, stando attenti che i genitori non adottino un comportamento che va nella direzione contraria.
Gli interventi sopra descritti devono convergere verso l’individuazione delle cause che hanno determinato l’insorgenza del problema (ad esempio prendere in considerazione se ci sono stati lutti in famiglia, o una separazione dei genitori, o ancora la nascita di un fratello).

Dic 30

Lo Zahir

“ Quando partirai, diretto ad Itaca,

che il tuo viaggio sia lungozahir

ricco di avventure e di conoscenza.

 

Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi

né il furioso Poseidone;

durante il cammino non li incontrerai

se il pensiero sarà elevato, se l’emozione

non abbandonerà mai il tuo corpo e il tuo spirito.

I Lestrigoni e i Ciclopi e il furioso Poseidone

non saranno sul tuo cammino

se non li porterai con te nell’anima,

se la tua anima non li porrà davanti ai tuoi passi.

 

Spero che la tua strada sia lunga.

Che siano molte le mattine d’estate,

che il piacere di vedere i primi porti

ti arrechi una gioia mai provata.

Cerca di visitare gli empori della Fenicia

e raccogli ciò che v’è di meglio.

Vai alle città dell’Egitto,

apprendi da un popolo che ha tanto da insegnare.

 

Non perdere di vista Itaca,

poiché giungervi è il tuo destino.

Ma non affrettare i tuoi passi;

è meglio che il viaggio duri molti anni

e la tua nave getti l’ancora sull’isola

quando ti sarai arricchito

di ciò che hai conosciuto nel cammino.

Non aspettarti che Itaca ti dia altre ricchezze.

Itaca ti ha già dato un bel viaggio;

senza Itaca, tu non saresti partito.

Essa ti ha già dato tutto, e null’altro può darti.

 

Se, infine, troverai che Itaca è povera,

non pensare che ti abbia ingannato.

Perché sei divenuto saggio, hai vissuto una vita intensa,

e questo è il significato di Itaca”.

 

Con questa poesia di Konstandinos Kavafis (1863-1933), inizia lo Zahir, un libro nel quale l’autore ci conduce come fa anche negli altri suoi romanzi,  nei territori sconosciuti dell’interiorità e del sentimento, attraverso un viaggio che lo porterà a scoprire se stesso e a rivalutare la vita e quanto questa può donare durante il percorso che compiamo alla ricerca di “Itaca”, alla ricerca di un qualcosa che magari non raggiungeremo mai, ma per il solo fatto che ha rappresentato la nostra meta, ci ha dato la possibilità di scoprire bellezze che non avremmo mai pensato potessero esistere.

Un viaggio quindi che sarà fonte di arricchimento e riflessione anche se poi Itaca non sarà come ce la saremmo aspettata.  Il protagonista del romanzo è uno scrittore di successo, mai chiamato per nome, che ha lasciato il suo paese d’origine e vive tra la Spagnae Parigi. La sua esistenza, agitata e movimentata dalle molte amanti, è ancorata alla moglie Esther, un amore burrascoso, ma intenso, giunto dopo tre matrimoni falliti. Il viaggio del protagonista nasce proprio in seguito alla scomparsa della moglie Esther, corrispondente di guerra che sparisce senza lasciare traccia e getta il marito in uno stato di completo smarrimento. Quale fine avrà fatto Esther? E’ stata rapita? Ricattata? Ha semplicemente deciso di lasciarmi? Il primo ad essere accusato della scomparsa della donna sarà proprio lui, anche se il suo alibi (l’amante) lo scagionerà subito e lo renderà libero.“Ma che cos’è che la libertà’?” si domanda. “Libertà. Libertà di starmene tristemente solo”.  L’ansia l’assale. La moglie l’avrà lasciato per un altro? L’ inquietudine lo travolge.

Spinto da un sentimento ambivalente, che riunisce passione e rabbia, rassegnazione e desiderio di rivalsa, lo scrittore, non riuscirà a togliersi dalla mente la compagna e questo lo porterà soprattutto a ricercare il significato della sua vita non perdendo mai di vista il suo Zahir: “ Lo Zahir è un pensiero che all’inizio ti sfiora appena e finisce per essere la sola cosa a cui riesci a pensare. Il mio Zahir ha un nome e il suo nome è Esther.”

Il tempo passa e sul destino di Esther non si hanno novità. Lo scrittore, continua la sua vita, si dedica al lavoro e incontra una donna, Marie che diviene la sua nuova compagna. Nonostante questo il pensiero torna sempre ad Esther e alla sua scomparsa e si fa sempre più spazio nella mente del protagonista che la spiegazione più plausibile è che lei abbia deciso di lasciarlo per riconstruirsi una nuova vita perchè forse nonostante ci fosse stato amore tra loro questo non aveva avuto la forza di tenerli legati. Lo scrittore pensa al tempo trascorso con lei e a quanto è stato egoista e quanto amore invece Esther gli ha donato. A dare un senso a tutto questo arriva Mikhail, un giovane del Kazakistan che aveva lavorato come interprete con Esther: lo scrittore non l’aveva mai conosciuto ma era stata talmente chiara la descrizione della moglie che nel momento in cui se lo trova davanti capisce subito di chi si tratta (tra le ipotesi iniziali aveva pensato che la moglie lo avesse abbandonato per questo uomo misterioso). Proprio insieme a lui e a Marie inzierà un cammino che lo condurrà nelle steppe asiatiche, ad incontrare luoghi e personaggi affascinanti e parallelamente lo porterà a ritrovare se stesso.

E’ un itinerario di crescita che lo porterà ad una nuova consapevolezza di sé e del mondo scoprendo che la realtà non sempre è come si pensa che sia. Imparerà, percorrendo un cammino sconosciuto, un nuovo modo di vedere l’amore e il destino.

L’abbandono e l’amore, la vita e la morte questi sono i temi centrali, raccontati con semplicita’ e originalita’, e soprattutto la perdita di una persona amata che ti devasta l’anima e ti tormenta spingendoti a cercare un senso a quello che sta accadendo. E’ questo che fa il protagonista che alla fine del suo cammino riesce a ritrovare se stesso e a dare un senso alla sua vita: “quando ho cessato di essere chi ero, ho ritrovato me stesso. Quando ho conosciuto l’umiliazione ma ho continuato a camminare, ho capito che ero libero di scegliere il mio destino. Non so se sono malato, se il mio matrimonio è stato solo un sogno che non sono riuscito a comprendere fintantoché è durato. So che posso vivere senza di lei, ma vorrei incontrarla di nuovo, per dirle ciò che non le ho mai detto mentre stavamo insieme: <<Io ti amo più di me stesso>>. Se riuscirò a dirle queste parole, allora potrò andare avanti, in pace, perché questo amore mi ha redento.”

Paulo Coelho ha la rara capacità, di riuscire a comunicare messaggi profondi con una semplicità disarmante, a tradurre in parole sentimenti che difficilmente riusciamo a spiegare, e lo fa con delicatezza, affrontando contenuti di spessore. Si pone domande per le quali spesso non si hanno risposte.

E’ una storia d’amore che fa capire che l’Amore tra due persone ha bisogno di correre su due binari differenti seppur paralleli, che non deve essere condizionata dalle aspettative personali che non hanno niente a che fare con certezze  e false felicità.
La strada che due amanti condividono è una strada dove, a volte serve il distacco totale, la perdita, la separazione fisica (il deserto che separa Esther e lo scrittore è una metafora estremamente esemplificativa). E’ in questo allontanamento che l’altro potrà essere più vicino.

Il viaggio può aiutarci a vedere ciò che con gli occhi non si era visto prima (E‘ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”,  da “Il Piccolo Principe” di Saint Exupéry).

Solo facendo quel viaggio, si capirà perché lo si doveva fare, e si darà voce ad una parte di sé che chiede di venir fuori.

Dic 28

I personaggi Disney ….contro l’anoressia nervosa, gli abusi sui minori e l’omofobia.

L’illustratore anonimo Saint Hoax, da diverso tempo, mette in atto campagne di sensibilizzazione su tematiche a disney 1forte impatto psicologico, attraverso illustrazioni rivisitate dei personaggi Disney, per affrontare tematiche di vario tipo dall’anoressia nervosa, agli abusi sui minori all’omofobia, rivolgendosi direttamente ai più piccoli.

Tra queste campagne di sensibilizzazione ricordiamo ad esempio “The Royal Misfits” nella quale cerca di aumentare la consapevolezza riguardo l’anoressia nervosa, cerca di parlare attraverso le immagini proprio ai bambini e alle bambine che hanno sviluppato o stanno sviluppando disturbi alimentari, ritraendo personaggi dei cartoni animati della Disney visivamente afflitti da questo disturbo, sottolineando come per essere delle principesse, o degli eroi sia importante nutrire il corpo per renderlo forte e radioso.

Altre campagne significative sono la “Happy Never After”  e la “Prince Charmless” riguardante il tema della violenza domestica e la violenza contro gli uomini nella speranza di incoraggiare le vittime a denunciare la loro situazione; oppure la campagna “Princest Diaries” nella quale le principesse delle varie fiabe Disney vengono ritratte costrette dal proprio padre a baciarle, o ancora la campagna  disney 3dove mostra le principesse Disney che si baciano come simbolo contro l’omofobia.

Sul sito http://www.sainthoax.com/royalmisfits.html troverete tutte le immagini create dall’illustratore

Dic 26

Nati due volte

nati due volteIl romanzo di Giuseppe Pontiggia, dal quale è stato tratto liberamente il film “Le chiavi di casa” di Gianni Amelio, apre con una dedica significativa: “Ai disabili che lottano non per diventare normali ma per diventare se stessi”. Il tema centrale è infatti la disabilità, raccontata attraverso gli occhi del professor Frigerio, insegnante presso un Istituto d’Arte, padre di Paolo, un ragazzo affetto da tetraparesi spastica distonica. L’autore descrive l’esperienza dell’handicap scrutandone tutte le sfaccettature, analizzando tutte le dinamiche psicologiche e relazionali che nascono dalla condivisione di un’esperienza di vita che porta necessariamente a dover affrontare difficoltà che non sono solo di ordine pratico, legate alla gestione quotidiana della disabilità, ma anche e soprattutto legate al bisogno di rompere il muro che separa i “cosidetti normali” dai disabili, stando però attenti a non cadere nel pietismo e nell’annullamento delle differenze che inevitabilmente esistono tra gli esseri umani.

Nel libro si ricorda a tal proposito che quando Einstein, alla domanda del passaporto risponde “razza umana”, non ignora le differenze ma le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. E’ questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza. La prima reazione di chi vive la dimensione dell’handicap è di negare la normalità (“Chi è normale allora? Nessuno.”).

Quando la diversità ti ferisce questa è la strada più facile, come è senza dubbio più facile per chi non vive direttamente la disabilità cercare di tenerla lontana come se fosse una realtà totalmente estranea che non ci deve appartenere in alcun modo. La normalità, al pari della diversità, rivela incrinature, crepe, fragilità. L’autore in ogni capitolo passa in rassegna una serie di personaggi ognuno dei quali a suo modo incarna una reazione alla disabilità, in primis emerge la figura di questo “padre”, narratore della storia, che lotta continuamente e con amore per fornire al proprio figlio tutte le sicurezze necessarie per poter affrontare il mondo, un padre che allo stesso tempo si trova inondato da una serie di sentimenti profondi come il senso di colpa che prova sentendosi in qualche modo responsabile del “problema” del figlio ( durante la gravidanza ha avuto una storia extraconiugale che l’ha distratto, come non è stato d’altronde attento durante il travaglio, mentre avrebbe dovuto arginare la poca professionalità del ginecologo), o quando prova odio e frustrazione nei suoi confronti (non riesce nella matematica!); un padre sensibile al linguaggio: “le disgrazie tra i tanti effetti, ne hanno alcuni linguistici immediati, ci rendono sensibili al lessico interessato dal problema…. ‘cieco’ definisce irreparabilmente una persona, mentre ‘non vedente’ circoscrive l’assenza di una funzione”. Da parte sua ci sono fiducia, volontà, speranza ma è anche percorso da un senso di abbandono, di rassegnazione quasi sentisse che la vita condanna ad un destino ineluttabile, irrevocabile, tanto da cercare di intravedere in altri disabili una minorazione più grave che possa essere di conforto alla propria sofferenza (la condivisione del dolore può farci sentire più forti e più fortunati e può aiutare a contenerlo).

Ci sono poi una serie di figure professionali ai quali i genitori di Paolo si rivolgono, medici a volte impreparati, a volte talmente sinceri che si preferisce andare da chi offre, forse anche con troppo ottimismo, prospettive di vita migliori di quelle che realisticamente sarà possibile ottenere: nell’ incertezza, nel senso di impotenza si tenta spesso di ricercare situazioni e persone che rassicurino piuttosto che dover fare i conti con la dura realtà.

Altro personaggio che ritengo fondamentale, ma che l’autore descrive solo sommariamente, è Alfredo, fratello di Paolo e suo peggior “nemico”: è più grande di lui di tre anni e dalla sua nascita non è più al centro dell’attenzione, gli è stato tolto il suo posto tra i genitori, non è più coccolato e non importa il motivo“lui ha finito di essere il sole per diventare un satellite”; non potrà più perdonare a Paolo di essere stato spodestato, sono ferite che non si rimarginano, le ferite dell’inconscio non si rimarginano. E’ allora fondamentale quando si affronta la disabilità focalizzarsi non solo su chi è portatore dell’handicap ma anche sui fratelli che pur non avendo gli stessi bisogni materiali hanno comunque bisogno e diritto di un ruolo all’interno del nucleo familiare che non sia marginale, ma importante e centrale.

Altra figura emblematica è quella della preside delle medie, incarnazione di una burocrazia che viene messa in atto perché così prevede la “norma ministeriale”, alla quale il professor Frigerio si rivolge per richiedere che il figlio possa avere in classe qualche compagno delle elementari e che di tutta risposta si sente dire che “la norma del sorteggio evita ogni discriminazione ed è garanzia di democrazia”. Ancora una volta chi fa della normalità la sua forza usa un’ottica monodirezionale senza preoccuparsi di cogliere il codice del disabile, in questo caso nascondendosi dietro alla legge, in altre circostanze utilizzando un tono compassionevole che nega la realtà del disabile come persona focalizzandosi invece sui suoi difetti fisici o intellettivi.

C’è poi il professor Cornali, claudicante, che sfruttando la propria menomazione fisica, finge di mostrarsi empatico nei confronti del professor Frigerio e offre la sua massima disponibilità per garantire la migliore accoglienza possibile a Paolo all’interno delle elementari, ma poi mostra il suo reale volto di ricattatore che per offrire al ragazzo ciò che gli spetterebbe di diritto chiede invece favori in cambio.

Accanto a questi personaggi si affiancano figure estremamente positive e accoglienti come la signorina Bauer, insegnante di sostegno di Paolo apparentemente pungente nei confronti del professor Frigerio, ma che in realtà rivela forte empatia nei confronti della realtà che la famiglia si trova a vivere e al tempo stesso molto razionale e professionale, fonte di rassicurazione per i genitori che più volte hanno dovuto fare i conti con l’incompetenza e l’inadeguatezza di altri “addetti ai lavori”. Infine troviamo la moglie del narratore che spesso rimane nello sfondo, ma nei suoi pochi interventi emerge come l’unica che realmente ha accettato la diversità del figlio non perché si è rassegnata alla sua condizione, che non viene descritta come un’ingiustizia, ma perché vede in lui una persona in carne ed ossa, una persona che ha il diritto alla propria esistenza, ad acquisire un proprio ruolo nel mondo.

“Questi bambini”, come suggerisce Pontiggia, “nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita. Questa almeno è la mia esperienza non posso dirvi altro”.

Il momento della nascita, che dovrebbe essere di gioia, si trasforma in paura, angoscia, disperazione, che non trova spesso il supporto nei medici che possono rivelarsi superficiali e privi di professionalità, ma la vita offre sempre una seconda possibilità, offre la possibilità di sopravvivere alla propria minorazione, non andando semplicemente avanti per inerzia ma riuscendo giorno per giorno ad costruirsi la propria dimensione che non è quella di diventare normali ma semplicemente di diventare se stessi.

La diversità allora se da una parte destabilizza, rende fragili chi la vive in prima persona e chi la condivide, dall’altra può essere la fonte per rinascere, più forti di prima, arricchiti dalle esperienze che abbiamo dovuto affrontare nella vita. L’autore in conclusione riflette su quella che sarebbe stata la propria vita senza il figlio:“ no, non ci riesco: possiamo immaginare tante vite, ma non rinunciare alla nostra. Una volta mentre lo guardavo come se lui fosse un altro e io un altro, mi ha salutato. Sorrideva e si è appoggiato contro il muro. E’ stato come se ci fossimo incontrati per sempre, per un attimo.”

Giuseppe Pontiggia
Nati due volte
2004, Mondadori

Dic 19

Il dottor Fish

Vi posto un breve cortometraggio che descrive con delle simpatiche animazioni cosa fa lo psicoterapeuta durante le sedute e come sia forte il potere delle parole. Mostra come anche lo psicoterapeuta a sua volta per affrontare le proprie difficoltà, si faccia aiutare da un altro collega.

Dic 17

La depressione…

La depressione attanaglia una fetta fin troppo grande della popolazione di tutto il mondo, invalidando la qualità di vita di chi ne soffre. Nel video allegato un breve cartone animato che spiega come questo “black dog” può condizionare la vita. ma anche come si può trovare la forza di contrastarla.

Dic 16

La separazione vista con gli occhi di un bambino

La separazione tra coniugi è di fatto un evento sempre più diffuso. La crisi della relazione di coppia e la conseguente decisione di separarsi comporta una ristrutturazione profonda dei legami familiari. I figli sono costretti ad affrontare la riorganizzazione della loro quotidianità e delle loro relazioni. I genitori, soprattutto nelle separazioni altamente conflittuali, mostrano una certa difficoltà a distinguere i propri problemi di coppia dal ruolo di genitori; faticano a comprendere anche il vissuto ed i bisogni dei figli in quanto concentrati sul loro dolore. Si può arrivare ad un “accudimento invertito” (Bowlby) dove sempre più spesso sono i bambini a preoccuparsi ed occuparsi dei genitori più di quanto questi si preoccupino ed occupino di loro, andando perfino incontro, con questa progressiva responsabilizzazione, al fenomeno di quella precoce “adultizzazione”. Nel video viene mostrato come i bambini vedono la separazione dei genitori.